Eleutheria. La libertà dopo il DCA.

Eleutheria. Parola greca che significa libertà. È il titolo scelto da Margherita, per racchiudere la verità della sua storia, il suo percorso attraverso la malattia, la quotidiana sofferenza che si cela dietro quello che classifichiamo come “Disturbi del Comportamento Alimentare”.

Margherita ci ha scritto pochi giorni fa, dopo essersi imbattuta per caso nel nostro sito. La mail che ci è arrivata aveva in allegato un file word, con una storia di vita dentro: la sua storia. Il corpo del testo riportava un’unico pensiero: la volontà di “condividerla con chi ancora lotta contro questi demoni”.

Quindi eccola.
Margherita.
22 anni.

Non ho la minima idea di come tutto sia iniziato, e tanto meno di come sia finito. Solo di una cosa ho la massima certezza: non volevo essere magra, quello lo sono sempre stata. Volevo essere forte. Era questo che mi prometteva in continuazione quella voce amichevole che, ormai quattro anni fa, si era insinuata nel mio cervello e aveva cominciato a spingermi, inizialmente in modo molto blando e innocente, verso rinunce e sacrifici: già, perché è come se questa malattia non fosse altro che una persona, un’amica: un’amica che spunta all’improvviso in un certo momento della tua vita e ti promette di renderti migliore, forte, invincibile. “Mangia un frutto al posto del panino, fai un po’ di attività fisica giusto per tonificarti e sentirti più in forma”, mi consigliava benevolmente agli esordi. E poi, nel giro di circa un anno, quei dolci e amorevoli consigli si sono tramutati in prepotenti e incessanti comandi: “Non mangiare. Hai mangiato un frutto? Beh allora corri in bagno a ficcarti le dita in gola e a vomitare. Chiuditi in palestra ogni giorno e per tutto il pomeriggio, fai attività fisica finché non ti senti svenire. No, non finisce qui, non hai bruciato comunque abbastanza calorie, corri a farti una doccia congelata!” 

E io, ogni volta, obbedivo. Obbedivo perché, per quanto potesse rendersi insensibile e insopportabile, sapevo che faceva tutto questo solo ed esclusivamente perché voleva il mio bene. Perché era l’unica a sapere quanto valessi e voleva accrescere ancora di più la mia forza e la mia unicità. 

 

Prima di cadere nel tunnel dei disturbi alimentari, non riuscivo proprio a capire perché le persone arrivassero addirittura a morirne: in fondo bastava solo rimettersi a mangiare, no? Tra l’altro non si rendevano conto che ad essere così magre facevano esteticamente schifo? Ma poi ho capito. Ho capito che questa malattia con il corpo non ha nulla a che vedere: è una malattia dell’anima, che soffoca nell’ossessione del controllo sul corpo tutto ciò che non riesci a controllare nella tua anima: le tue emozioni. E di questo ne sono sempre stata consapevole durante la mia malattia, anche quando, dopo che mi erano sparite le mestruazioni per mesi, sono andata dal ginecologo e questi con uno sguardo impietosito mi aveva detto: “Nel suo utero non c’è nulla che non vada. Le mestruazioni le sono sparite per un semplice motivo: se lei rimane incinta, muore, perché il suo corpo riesce a stento a tenere in vita lei, figuriamoci un secondo essere umano. È semplicemente un meccanismo di difesa dell’organismo: non appena ritornerà a un peso decente, ritorneranno.” E così è successo infatti pochi mesi dopo, esattamente l’anno scorso, non appena mi sono trasferita a Milano: il mio corpo era perfettamente guarito… ma io ero sempre più malata. Ero nella città dei miei sogni a frequentare l’università dei miei sogni (Design della Moda al Politecnico) eppure il mio pensiero fisso era solo ed esclusivamente uno: il controllo del cibo e del corpo. Non riuscivo a concentrarmi negli esami, a godermi la mia università, la mia città, i miei nuovi amici, non avevo più sogni e ambizioni, il mio unico scopo era quello di non mangiare. O di mangiare e indurmi il vomito.

 

Non potevo più andare avanti in questa maniera, ed è stato così che ho fatto il mio primo passo verso la guarigione: ho ammesso a me stessa e agli altri che stavo male, che non ero così forte e inattaccabile come mi sforzavo di sembrare, ma che tutte le fragilità e debolezze che cercavo di reprimere mi stavano trascinando sempre di più verso il basso. E da qui ha avuto inizio il periodo peggiore che abbia mai vissuto fin ora: perché credetemi, per quanto possa sembrare paradossale, a rimanere in questa malattia si sta terribilmente bene. É vero che l’Anoressia e la Bulimia – con la loro voce inesorabile – non ti lasciano un minuto in pace, ma è anche vero che ti tengono prigioniera in una gabbia dorata che ti protegge da tutti i pericoli e le minacce esterne: non avere più sogni, vuol dire anche non avere più preoccupazioni. Non provare più affetto e amore per gli altri, vuol dire anche non correre il rischio di esserne ferita. Pensare solo e unicamente al corpo e al cibo, significa anche che tutto il resto non ti può minimamente toccare.

Quando mi sono recata nel mio primo centro di cura per i DCA (dicembre 2015),ero confusa e spaventata. Seduta in sala di attesa, ero troppo tentata di scappare via. “Benvenuta Margherita, che coraggio ad essere venuta qui da sola!” mi ha poi dettola psicologa non appena mi ha accolto nel suo studio, e la sua tranquillità, il suo sorriso e la sua estrema gentilezza mi hanno fatto sentire finalmente al sicuro.

Ma non è durato molto. Man mano che proseguivano gli incontri mi sembrava sempre di più che dietro il suo sorriso e la sua dolcezza in realtà si nascondesse poco interesse per la mia situazione.

Dopo diversi mesi (maggio 2017) ho cambiato centro. Qui ero seguita non solo da una psicologa ma anche da una psichiatra. Lei mi sembrava veramente affidabile e in gamba, finché un giorno non ha tradito irreparabilmente la mia fiducia, prescrivendomi ben due confezioni di uno psicofarmaco, il “Topamax”. Il “Topamax” è uno psicofarmaco sedativo per curare l’epilessia, che tra i suoi effetti collaterali ha quello di far scomparire l’appetito. “In questo modo mangerai molto meno e pertanto non ti sentirai più in colpa!” mi ha assicurato la dottoressa. Inizialmente ero semplicemente un po’ confusa da questo paradosso (ero lì proprio per riuscire a ritornare a mangiare tranquillamente e senza sensi di colpa, e lei invece assecondava ulteriormente la logica perversa della mia malattia), ma poi, quando sono venuta a sapere da mia sorella, psichiatra anche lei, che questo farmaco era già abbastanza pericoloso per chi soffriva di epilessia (figuriamoci per me che non ne avevo assolutamente bisogno, anzi!) sono diventata furiosa.

È stato allora che ho capito perfettamente che ero io l’unica persona che poteva veramente salvarmi. E con questo non voglio assolutamente dire che le cliniche e i centri di cura per questo tipo di disturbi siano inutili, fortunatamente il mio non è mai stato un caso troppo grave e il poter parlare liberamente e mettermi in discussione con le psicologhe è stato fondamentale per la mia guarigione: è proprio in questi incontri che ho analizzato e scoperto tutto ciò che stava logorando il mio “esterno” (ossia il mio corpo) dall’interno: non un motivo vero e proprio, non un evento particolare che mi aveva sconvolto, semplicemente le mie emozioni e soprattutto il mio rifiuto di viverle.

 

Sono rinata, lentamente, senza nemmeno accorgermene, quest’estate. Dopo, non solo i tre anni di malattia (perché sono stati semplicemente la degenerazione di qualcosa che già c’era prima), ma tutti i ventunodella mia vita, ho scoperto la vera me stessa: una persona radiosa e solare, amante della vita, ambiziosa e determinata a realizzare i propri sogni e progetti, ma soprattutto, una persona che sa vivere le proprie emozioni. Una persona che si arrabbia, si rattrista, si preoccupa. Una persona che ama senza la paura di non essere ricambiata. E una persona che è veramente forte, perché la vera forza sta nel riuscire a gestire le proprie emozioni, non nel reprimerle. Tutto ciò che reprimiamo ci sembra che sparisca magicamente, ma in realtà s’infiltra inconsciamente in qualcos’altro, che nel mio caso è stato il controllo del cibo e del corpo, e non nego che lo sia ancora. Non nego infatti che, anche recentemente, la mia vecchia amica Anoressia abbia riprovato a bussare alla mia porta, ricordandomi di quanto mi sentivo al sicuro tra le sue braccia; e di tutto questo la ringrazio e le sarò sempre debitrice, perché è proprio grazie ai tre anni insieme a lei e ai suoi ancora attuali ritorni se ora capisco quando è il momento di fermarmi un attimo e di chiedermi: cos’è che veramente mi sfugge, cos’è che voglio veramente controllare?

 

Ho deciso di raccontare la mia storia per sentirmi semplicemente vicina e dare una luce di speranza a tutte e tutti coloro che stanno ancora lottando contro questi demoni: ragazze e ragazzi, abbiate semplicemente più fiducia in voi stessi e in quello che provate. Concedetevi il lusso di star male, di vivere completamente anche le vostre emozioni più pungenti, perché è proprio grazie a quelle che potrete finalmente godere al cento per cento di quelle positive e ritrovare la vostra vera forza.

Margherita Perrone

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